sant andrea di conzaSant'Andrea Di Conza
SANT'ANDREA DI CONZA
L’arco di rovo e i riti magico-sacrali 

SABATO 1 OTTOBRE 2011alle 9.00, alla ex fornace di Sant’Andrea di Conza si è parlato del “rito della passata”, anche conosciuto come “Arco di rovo” dal titolo di un noto studio di Alfonso Maria
di Nola pubblicato dalla casa editrice Boringhieri nel 1983.
Il rituale, ancora vivo in alcune zone del Sud e della Campania, fu “scoperto” da di Nola negli anni ’80 del
Novecento: «In quei giorni – racconta l’antropologo in un libro biografico, “Attraverso la storia delle religioni” – ebbi modo di visitare un paese, Pescopagano, che si trova al confine con la Lucania. Era il 25 marzo, e in quel giorno veniva celebrato uno strano rito, il rito dell’arco di rovo, appunto, durante il quale
in un ramo di rovo veniva aperta una fessura ovoidale. Nella fessura, per tre volte, veniva introdotto e sostenuto
da due personaggi maschili che stavano ai due lati, un bambino di tre-quattro mesi completamente nudo ed esposto
ai rigori della neve e del gelo. Il bambino era poi velocemente avvolto in una coperta e portato in chiesa dove, sull’altare, erano disposti i panni per rivestirlo». In realtà, fa notare Ireneo Bellotta, membro del Centro Studi santandreano, di Nola incontrò il rito per la prima volta durante un colloquio con alcuni (allora) ragazzi poco prima del terremoto del 1980: Gerardo e Sabino. Oggi uno dei due, Gerardo Vespucci,
ora grande e dirigente scolastico, introdurrà il Convegno con un suo intervento su “La passata: un osservatore partecipante”.
La straordinaria attenzione che l’antropologo napoletano ebbe per l’infanzia,
presente in molte sue opere e soprattutto ne “La festa e il bambino”, non fu solo frutto della sua particolare sensibilità umana e antropologica; né solo di una scelta politica, quella stessa che lo portò sempre
a essere vicino ai deboli e agli oppressi, ai “Dannati della terra”. L’interesse di Alfonso fu una logica conseguenza delle sue ricerche sul campo, del suo rendersi conto dell’attenzione
pedagogica sottesa alle feste e ai rituali popolari che coinvolgono I “minori”. Si potrebbe dire, forse semplificando, che i rituali hanno sempre un aspetto pedagogico a loro
rivolto, teso ad insegnare, a comunicare un messaggio, ad offrire protezione. Lo stesso Ernesto De Martino, antropologo dalla formazione molto vicina a di Nola, in Sud
e magia scriveva che “l’infante ha un’esistenza fragile, precaria, particolarmente propizia alle insidie…”. Così come anche di infanzie protette parlerà stamattina Gianfranca Ranisio, docente di Antopologia culturale
alla Federico II di Napoli, con un intervento su “Alfonso Maria di Nola e le terapie magico-sacrali dell'infanzia”.
Perché l’infanzia, insieme ai suoi immediati corollari di adolescenza e di culture giovanili, sono argomenti
soltanto da pochi decenni approcciati da un punto di vista antropologico, nonostante Margaret Mead e Bronislaw Malinowski abbiano
cominciato ad occuparsene già nel biennio 1928/29. Troppo spesso e ricerche su queste delicate categorie della vita sono svolte da una prospettiva
“adulta” che valuta l’infanzia, così come la “giovinezza”, come una semplice fase di transizione verso la realizzazione completa dell’essere umano: l’adulto. In particolare
il maschio adulto, l’unico soggetto che per secoli è sembrato degno di interesse storiografico.
Anche Giovanni Pizza, docente di Antropologia medica a Perugia, è stato allievo di Alfonso. Il suo intervento, “Poetiche del corpo nell’opera di
Alfonso Maria di Nola: l’arco di rovo”, vuole sottolineare l’importanza del volume “L’arco di rovo” nell’ambito degli studi italiani ed europei di medicina popolare. Un volume che
ha rivisitato completamente le categorie della disciplina, che fino ad
allora sembrava relegare il rito al ristretto ambito delle pratiche superstiziose”.
Fu proprio con questo volume che tali pratiche, trascendendo Pescopagano e le epistemologie locali, saranno
lette in un’ottica di più ampio respiro europeo e analizzatesecondo i principi della scienzaantropologica, rivelando una insospettata complessità nascosta nelle esperienze del corpo delle classi popolari, andando al di là della semplice evidenza terapeutica.
Il Direttore del dipartimento “Uomo e Territorio” dell’Università di Perugia,
Giancarlo Baronti, metterà a fuoco (“Il contributo di Alfonso Maria di Nola all’antropologia dei santi”) gli elementi tuttora attuali del lavoro di di Nola legato ai santi, in particolare
ai santi con funzione terapeutica. Si soffermerà sulla figura di san Martino e sulle caratteristiche peculiari
che assume in Irpinia come santo legato all’abbondanza e alla cura di diverse malattie, soprattutto quelle legate al “mal di pancia” e alle febbri dissenteriche. Baronti ricorderà anche che i patronati del santo vescovo di Tours provengono, nella maggior parte dei casi, da elementi già presenti nella sua tradizione agiografica.
Collegato alla storia, meglio all’antropologia storica, è l’intervento del Dottore di ricerca Andrea Ravenda dal titolo “L’idolo delle origini”. Bloch, di Nola e l’antropologia della storia”. Sulla scia degli insegnamenti di Marc Bloch, Ravenda ricerca con rigore scientifico i nessi metodologici che hanno legato queste due grandi figure del Novecento. In particolare mette in luce come la ricerca storica di di Nola non sia mai divenuta, in linea con il pensiero dello storico francese, una “ossessione per le origini”. L’origine di un fenomeno, ove reperibile e documentabile, è indispensabile per un suo corretto inquadramento, ma non basta a spiegarlo. Vincenzo Spera, docente di Storia delle tradizioni popolari a Campobasso, lavorò negli stessi anni di Alfonso di Nola all’arco di rovo, continuando
la sua ricerca fino ad oggi. Spera mostrerà, anche con il supporto di audiovisivi e fotografie, il preciso areale dello svolgimento del rito in Italia. Nella sua documentata relazione “Il rovo, la quercia e il fico. “Malo vento”, fischi e Madonne”, lo studioso dimostrerà come e quanto il rito, travalicando le maglie della storia, sia diffuso ma soprattutto vitale, almeno in Campania. Un operatore da lui intervistato racconterà di continui passaggi sotto l’arco (di quercia, stavolta) che opera ogni anno, il 24 giugno, da almeno trent’anni, ininterrottamente. Fin qui, “i grandi”. Ma il Centro Studi Tradizioni Popolari “Alfonso Maria di Nola” è particolarmente felice di essere riuscito a coinvolgere “i giovani”, soprattutto quelli dell’Istituto “A. M. Maffucci” di Calitri. Studenti che hanno perfettamente compreso che in questi lugubri tempi di tagli alle scuole e di umiliazioni ai docenti e alla cultura, solo attraverso le loro forze, le loro scelte, riusciranno a trovare sul Territorio ciò che un padre debosciato, lo Stato o almeno alcune sue parti, sta continuamente negando loro. antropologo, tra i fondatori del centro di studi Alfonso Di Nola
Sabato 1 ottobre 2011, nell’ex fornace di Sant’Andrea di Conza, il centro studi intitolato alla memoria di Alfonso Di Nola promuove una riflessione sul “rituale della passata” e le terapie popolari legate all’infanzia

     
 

 

 
   
     
     
     
     
     
     
     
   

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